Per concludere il 2007 all'insegna della genialità comica. Signore e signori, Aldo Fabrizi.

SOS Invadeteci!
Per concludere il 2007 all'insegna della genialità comica. Signore e signori, Aldo Fabrizi.
Oggi ho scoperto che esistono parti del mondo in cui ci si ingegna in cerca di soluzioni che qui, nella mia parte di mondo, proprio non servono.
"Quando un uomo siede un'ora in compagnia di una bella ragazza, sembra sia passato un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa per un minuto e gli sembrerà più lungo di qualsiasi ora. Questa è la relatività". (Albert Einstein, 1938)
Esplorando, con un misto di entusiasmo ed esasperazione, tutte le funzioni del mio nuovissimo telefonino (non ne compravo uno dai tempi di Occhetto), ho fatto una scoperta a dir poco desolante: tra i modelli di sms ne ho scovato uno che recita "Ti amo anch'io". A qualcuno, presto o tardi, verrà in mente di usarlo - o forse la tragica abitudine ha già preso piede. Il che significa che la tecnologia si sta romanticizzando, se siete ottimisti. Oppure che il romanticismo è morto. A voi la scelta.
"Ti amo". "Idem". (Demi Moore & Patrick Swayze, 1990)
E' buon cinema quando i personaggi sono credibili e i loro atteggiamenti, lungo tutto l'arco del film, conservano almeno un barlume di coerenza. Se uno è cattivo ma non fino in fondo, non te ne puoi accorgere all'ultimo fotogramma; o almeno, col senno di poi, devi poter cogliere i minuscoli indizi della sua vera natura seminati lungo la trama. Ma al contempo devi poterli ripercorrere, quei piccoli indizi, con una certa fatica. Sennò sono capaci tutti. E' ottimo cinema quando, il giorno dopo, ti sembra che sia successo davvero. Quando riesci a perdonare il fatto che il film, ad essere pignoli, poteva anche durare venti minuti di meno. Quando provi un pizzico di nostalgia per quel personaggio, per quella musica, per quella fotografia. Per queste ragioni, e per altre che non sto a raccontare per non guastarvi la sorpresa, è il caso di andare a vedere Irina Palm. Ecco, poi magari, se fossi in voi, eviterei di portarci anche i vostri bambini, a meno che non troviate allettante la prospettiva di trascorrere le prossime tre settimane rispondendo a domande scomode. Ma voi andateci: saranno 103 minuti spesi bene.
Ho visto Paranoid Park. E le notizie, in proposito, sono due. La prima è che non ho soffocato il mio vicino chiacchierone nei suoi stessi popcorn, come mi ero promesso di fare; ma semplicemente perchè il vicino in questione non c'era (e qui potrei dilungarmi sul fatto che una volta, ai bei tempi andati, il venerdì sera i cinema erano pieni così). La seconda, di notizia, è che sono venuto meno ad un'altra, personale promessa, quella cioè di non andare mai a vedere un film sulla cui locandina ci fosse scritto "Il capolavoro di...". Perchè è naturale che, partendo da una premessa del genere, le possibilità di restare delusi sono un tantino elevate. Comunque: il film in questione è bello, ma non bellobello. Diciamo bello e basta, tutt'al più bellostrano. Ancora una volta, non mi dilungo in recensioni (al limite, vi segnalo questa qui, che mi è piaciuta).
Ho capito un paio di cose. La più evidente è che Gus Van Sant mi mette in agitazione. Quando vedo un suo film, la poltrona del cinema mi sembra sempre scomodissima. Sarà per quella sua capacità di scegliere dei protagonisti che hanno tanto la faccia da bravo-ragazzo-a-cui-sta-per-succedere-qualcosa-di-brutto. E poi sarà perchè, dopo aver visto Elephant, ho perso quel che restava del mio già tenue senso di fiducia nell'altrui bontà. Come dire, le mie aspettative di aggirarmi per un corridoio deserto, senza avvertire il pur velato timore che un tizio spunti fuori imbracciando un M16, sono svanite per sempre. L'altra, tra le cose che ho capito, è che scrivere alla fine di uno spot "regia di Gabriele Muccino", e farlo nello stesso cinema in cui la gente è andata a vedere Gus Van Sant, non è proprio un colpo di genio, se non altro per questioni di target. Un po' come se vai a sentire Mozart suonato dai Berliner e trovi nel foyer un banchetto coi CD di Tullio De Piscopo.
"Il cinema non è un pezzo di vita, è un pezzo di torta" (Alfred Hitchcock)
Il giornalismo, a volte, sa essere l'arte del coraggio. Altre volte, più comunemente, no.
"Katsav si è dimostrato un grande uomo. Ha stuprato dieci donne, non me lo sarei mai aspettato da lui, ci ha sorpreso tutti e tutti lo invidiamo". (Vladimir Putin, 20 ottobre 2006)
p.s. ecco, altre volte, no.
Un confine che scompare è sempre una bella, bellissima cosa... Se poi quel confine l'hai vissuto un poco sulla tua pelle, è anche un pezzo della tua storia che se ne va. Ma questo è un altro discorso.
"Abbiamo avuto anche noi la nostra piccola Berlino, ma non ce ne siamo accorti". (HappyHippo, maggio 2005)
Tra tutte le storie di violenza e di ingiustizia che ho letto, quella di Loredana è la più raccapricciante che io ricordi. Si può essere più o meno all'antica. Ci si può arroccare su posizioni etico-ideologiche tradizionali, cattoliche, moraliste, più o meno retrograde. Si può persino arrivare a sbandierare il proprio cilicio come un vessillo di coerenza politica e confessionale. Si può, in buona sostanza, avere le proprie convinzioni e provare a difenderle. Ma quando la difesa di queste convinzioni impedisce ad una intera società di progredire, e a una ragazza (perchè ragazza occorre chiamarla) di 16 anni di difendere le proprie libertà individuali, e con esse il proprio diritto inalienabile alla ricerca della felicità, e il proprio diritto di stare al mondo essendo semplicemente se stessa... quando, insomma, la difesa di una convinzione, per quanto legittima, crea le condizioni perchè un essere umano, anche uno solo, perda la propria speranza nel domani, allora bisogna avere il coraggio e la decenza di tacere. Di fare un passo indietro. Perchè compito di chi fa le leggi è tutelare il futuro di un Paese, non difendere un fantomatico diritto alla discriminazione. E se in un Paese si può stabilire, a norma di legge, che una persona, per essere "recuperata" e ricondotta a chissà quale normalità, sia posta in tali condizioni di disagio da essere spinta al suicidio, allora quello è un Paese senza futuro.
"Odiosa al Signore e all'uomo è la superbia, e spiacevole ad entrambi è l'ingiustizia". (Siracide, 10,7)
Prima cosa: andate, se non l'avete già fatto, a vedere Ai confini del paradiso. Potrei stare qui a tediarvi con qualche decina di buone ragioni per farlo, ma è tardi, ho sonno e la sveglia è paurosamente vicina. Quindi andateci e basta.
Seconda cosa: aiutatemi, vi prego, a trovare delle buone ragioni per non soffocare nei suoi popcorn il prossimo vicino di poltrona che parla durante il film. Perchè, se non ne trovo di buone, giuro che lo faccio. Sembra che ci si mettano d'impegno. Cioè, sembra una cosa studiata, da quanto riesce bene. Devono esistere dei corsi apposta. Sì, ecco, magari un qualche PhD in tecniche di disturbo cinematografico. Perchè non parlano durante i trailer, non parlano durante i titoli di testa, non parlano nelle scene in cui c'è musica alta. Ma se c'è una scena con dialoghi sussurrati o di silenzio assoluto, se c'è in tutto il film un singolo fotogramma carico di pathos, allora, immancabilmente, c'è una mente illuminata che in quella scena, in quel fotogramma, trova il modo di dire "Beeello, il colore di quelle tendine... le compriamo uguali?".
"Il frutto della pace è appeso all'albero del silenzio". (Proverbio arabo)
Ma perchè non le telefona direttamente, anzichè rompere le scatole a noi?
"Il pettegolezzo, in fondo, è la base della carità". (Mario Soldati)