Obama '08
lunedì, 17 marzo 2008
Lo vogliamo ribadire? Ribadiamolo: i titoli non andrebbero tradotti. Mai. Senza stare a scomodare precedenti tristemente celebri. Non andrebbero tradotti soprattutto i titoli come No Country for Old Men, che anche uno così può arrivare a tradursi da sè con un paio di ripetizioni.
Detto questo, passiamo al film. Giusto per dire che l'effetto Elephant ha colpito ancora, costringendo il sottoscritto ad inenarrabili evoluzioni acrobatiche sulla poltrona. E' bastato un primo piano di Javier Bardem (superlativo!) per farmi pentire di aver messo piede in quella sala anzichè stare a casa a fare l'uncinetto. Perchè è proprio vero, non è un paese per vecchi, e non è per vecchi neppure il film. Ogni primo piano del protagonista mi avrà tolto, ad occhio e croce, dai quindici ai venti minuti di vita. Guardate il film, fatevi due conti e vi spiegherete il fatto che stamattina ho 72 anni.
Ecco, una volta uscito dalla sala e tornato nel mondo reale, ho ringraziato il cielo. Perchè non sono nato in Texas, prima di tutto, ma anche perchè ci sono andato, a vedere 'sto film, che è veramente, veramente, veramente bello. Finiti i ringaziamenti, ho preso ad aggirarmi guardingo per le strade buie di Roma, accelerando il passo ogni volta che incrociavo un losco figuro (e sia detto per inciso che tutti, dal primo all'ultimo, mi parevan loschi, e che guardavo con lieve sospetto anche la mia lei). E' l'effetto Elephant, si diceva. Quello che amplifica la mia già nutrita schiera di paranoie spingendomi, dopo aver visto un thriller, ad aver paura anche dei Teletubbies (soprattutto dei Teletubbies). Al che mi chiederete: ma che ci vai a fare, a vedere i thriller? Ed io risponderò: un uomo deve fare quello che deve fare.
Morale del film: mai fidarsi di quelli coi capelli a caschetto. Che, peraltro, è una cosa che sostenevo da tempo.

"Will you shoot me?" "It depends... did you see me?" (Anton Chigurh - Javier Bardem, No Country for Old Men)
lunedì, 25 febbraio 2008

Bene. Innanzitutto, lasciatemi ringraziare dal profondo del cuore quell'adorabile vecchina che stava seduta al mio fianco. Mi ha aiutato ad optare definitivamente per la misantropia quando ha scelto di trascorrere il quarto d'ora cruciale del film lasciando squillare il cellulare. E quello successivo, di quarto d'ora, chiacchierando tranquillamente nel medesimo oggetto. Ripeto: durante il film. E preciso: al cinema, non nel salotto di casa sua. Chissà che faccia ha fatto, la cassiera del cinema, quando ha ritrovato la sua testa nel cestino dei bagni.
Comunque, veniamo al film, e che film. Into the wild entra di prepotenza nella mia personale top-ten del nuovo secolo. La ragione, come al solito, non ve la dico, sennò va a finire che mi lascio prendere la mano e vi racconto più del lecito. Andate a vederlo. I personaggi sono ben costruiti e non è mai scontato. Sa pure regalare, qua e là, delle piccole perle di saggezza esistenziale, soprattutto nel bellissimo stravolgimento del concetto di esperienza che emerge da uno degli ultimi dialoghi. E pure se uscirete dalla sala un poco sfiniti (dura più del necessario e finisce con lo sfilacciarsi un po', questo è l'unico, trascurabile difetto) il giorno dopo vi accorgerete che il bravissimo Sean Penn vi ha lasciato dentro più di quello che immaginavate. L'immagine qui sopra, che ha tormentato le mie ultime due notti, lo testimonia per me.
Ah. Vedetelo, per favore, in lingua originale. Non oso immaginare come i direttori del doppiaggio abbiano fatto scempio, traducendole, delle parole "into the wild", che per ovvie ragioni ricorrono spesso nei dialoghi.

"I read somewhere: how important it is in life, not necessarily to be strong, but to feel strong. To measure yourself at least once, define yourself at least once in the most ancient of human conditions, facing the blind deaf stone alone, nothing to help you but your hands and your own head". (Christopher Supertramp)

giovedì, 27 dicembre 2007

E' buon cinema quando i personaggi sono credibili e i loro atteggiamenti, lungo tutto l'arco del film, conservano almeno un barlume di coerenza. Se uno è cattivo ma non fino in fondo, non te ne puoi accorgere all'ultimo fotogramma; o almeno, col senno di poi, devi poter cogliere i minuscoli indizi della sua vera natura seminati lungo la trama. Ma al contempo devi poterli ripercorrere, quei piccoli indizi, con una certa fatica. Sennò sono capaci tutti. E' ottimo cinema quando, il giorno dopo, ti sembra che sia successo davvero. Quando riesci a perdonare il fatto che il film, ad essere pignoli, poteva anche durare venti minuti di meno. Quando provi un pizzico di nostalgia per quel personaggio, per quella musica, per quella fotografia. Per queste ragioni, e per altre che non sto a raccontare per non guastarvi la sorpresa, è il caso di andare a vedere Irina Palm. Ecco, poi magari, se fossi in voi, eviterei di portarci anche i vostri bambini, a meno che non troviate allettante la prospettiva di trascorrere le prossime tre settimane rispondendo a domande scomode. Ma voi andateci: saranno 103 minuti spesi bene.

sabato, 22 dicembre 2007

Ho visto Paranoid Park. E le notizie, in proposito, sono due. La prima è che non ho soffocato il mio vicino chiacchierone nei suoi stessi popcorn, come mi ero promesso di fare; ma semplicemente perchè il vicino in questione non c'era (e qui potrei dilungarmi sul fatto che una volta, ai bei tempi andati, il venerdì sera i cinema erano pieni così). La seconda, di notizia, è che sono venuto meno ad un'altra, personale promessa, quella cioè di non andare mai a vedere un film sulla cui locandina ci fosse scritto "Il capolavoro di...". Perchè è naturale che, partendo da una premessa del genere, le possibilità di restare delusi sono un tantino elevate. Comunque: il film in questione è bello, ma non bellobello. Diciamo bello e basta, tutt'al più bellostrano. Ancora una volta, non mi dilungo in recensioni (al limite, vi segnalo questa qui, che mi è piaciuta).

Ho capito un paio di cose. La più evidente è che Gus Van Sant mi mette in agitazione. Quando vedo un suo film, la poltrona del cinema mi sembra sempre scomodissima. Sarà per quella sua capacità di scegliere dei protagonisti che hanno tanto la faccia da bravo-ragazzo-a-cui-sta-per-succedere-qualcosa-di-brutto. E poi sarà perchè, dopo aver visto Elephant, ho perso quel che restava del mio già tenue senso di fiducia nell'altrui bontà. Come dire, le mie aspettative di aggirarmi per un corridoio deserto, senza avvertire il pur velato timore che un tizio spunti fuori imbracciando un M16, sono svanite per sempre. L'altra, tra le cose che ho capito, è che scrivere alla fine di uno spot "regia di Gabriele Muccino", e farlo nello stesso cinema in cui la gente è andata a vedere Gus Van Sant, non è proprio un colpo di genio, se non altro per questioni di target. Un po' come se vai a sentire Mozart suonato dai Berliner e trovi nel foyer un banchetto coi CD di Tullio De Piscopo.

"Il cinema non è un pezzo di vita, è un pezzo di torta" (Alfred Hitchcock)

domenica, 16 dicembre 2007

Prima cosa: andate, se non l'avete già fatto, a vedere Ai confini del paradiso. Potrei stare qui a tediarvi con qualche decina di buone ragioni per farlo, ma è tardi, ho sonno e la sveglia è paurosamente vicina. Quindi andateci e basta.

Seconda cosa: aiutatemi, vi prego, a trovare delle buone ragioni per non soffocare nei suoi popcorn il prossimo vicino di poltrona che parla durante il film. Perchè, se non ne trovo di buone, giuro che lo faccio. Sembra che ci si mettano d'impegno. Cioè, sembra una cosa studiata, da quanto riesce bene. Devono esistere dei corsi apposta. Sì, ecco, magari un qualche PhD in tecniche di disturbo cinematografico. Perchè non parlano durante i trailer, non parlano durante i titoli di testa, non parlano nelle scene in cui c'è musica alta. Ma se c'è una scena con dialoghi sussurrati o di silenzio assoluto, se c'è in tutto il film un singolo fotogramma carico di pathos, allora, immancabilmente, c'è una mente illuminata che in quella scena, in quel fotogramma, trova il modo di dire "Beeello, il colore di quelle tendine... le compriamo uguali?".

"Il frutto della pace è appeso all'albero del silenzio". (Proverbio arabo)

Emergency