
E' stato Richard Wright. Scusate se è poco.

SOS Invadeteci!

E' stato Richard Wright. Scusate se è poco.
Ho una mamma gggiovane. Avevo subodorato la cosa già durante l'infanzia: una mamma che si aggira per casa canticchiando Strawberry Fields Forever deve aver dentro qualcosa di dannatamente, eternamente giovanile, per forza. Quel subodore si è trasformato, negli anni, in fondato sospetto, quando i miei cd di Ben Harper e dei Radiohead hanno preso la strana abitudine di sparire dalla mia stanza per ricomparire, puntualmente, proprio nel suo stereo. Ma oggi il fondato sospetto si è trasformato in certezza, quando ho sentito questa plurinonna prorompere in un "Finalmente!!!" ed alzare al massimo il volume della TV: su MTV stava iniziando il video di Tears Dry On Their Own, di Amy Winehouse.
"La giovinezza è felice perché ha la capacità di vedere la bellezza. Chiunque sia in grado di mantenere la capacità di vedere la bellezza non diventerà mai vecchio". (Franz Kafka)
Si parlava di loro, giorni addietro, a proposito del 1983. Ed oggi mi chiedevo, dopo aver buttato un occhio da queste parti, cosa si deve provare a guardarsi nello specchio, al mattino, sapendo di essere immortali. Poi, subito dopo, ho preso la rincorsa ed ho dato una violenta testata al muro. Perchè m'è tornato alla mente di quando, nell'estate del '94, un mio amico mi offrì un biglietto per un loro concerto. Ed io, che all'epoca ignoravo chi fossero, rifiutai. Per andare a sentire i Litfiba, che suonavano quella stessa sera a cento chilometri di distanza. Non so se mi sono spiegato. I Litfiba. Mi sono perso i Pink Floyd. Per sempre. Per andare a sentire i Litfiba.
"And then one day you find / Ten years have got behind you / No one told you when to run / You missed the starting gun" (Waters, Gilmour, Wright & Mason, 1973)
Forse è giusto che lo sappiate: per l’autore di questo blog, la musica è morta nel 1983. Dopo quella fatidica data, se c’è stata della buona musica, è stata una fortunata coincidenza. Oppure sono stati i Radiohead, che però non fanno musica e basta, ma fanno arte di quella vera (il loro “In rainbows”, che come saprete potete scaricare legalmente qui, mi pare lo dimostri, oltre a dare al sottoscritto delle ragionevoli basi empiriche circa la reale esistenza di Dio).
Ebbene, dicevo, la musica è morta nel 1983. Si è impiccata nel bagno di David Gilmour, il giorno in cui Roger Waters se n’è andato sbattendo la porta. Sicchè, quella che ascoltiamo oggi, quella scritta dopo l’83, dovremmo avere l’accortezza di chiamarla in un altro modo.
Fatto sta che domenica sera, girovagando, mi imbatto in questo unplugged di Amy Winehouse. E scopro di dover ammettere (senza tirare in ballo la sua “Rehab”, con cui ci hanno frantumato i cosiddetti qualche tempo fa) che la ragazza ha una voce da urlo e talento da vendere. Non so come altro dirlo: ecco una persona che sa cantare. Poi scopro (perché sono uno che si informa) che la nostra ha qualche problema con l’alcool, oltre a soffrire di psicosi maniaco-depressiva e ad essere un filino bulimica. E ti trovo un’altra esibizione, che già avevo intravisto tempo addietro, in cui la ragazza, mentre canta, è visibilmente fuori. Comunque, quello che conta è che Amy Winehouse non solo canta che è una meraviglia, ma pare l’abbiano ibernata nel 1965 e scongelata ieri mattina. Cioè, ragazzi, questa è un pezzo di anni ’60 ai nostri giorni, il che significa che posso fare un’eccezione ed includerla nella musica pre-83. In buona sostanza, contrordine, compagni: la musica è viva. Non è lucidissima, ma è viva.
Ci fosse (ma magari c'è) un'enciclopedia multimediale della musica, e spettasse a me selezionarne i contenuti, avrei risolto in un colpo solo il problema delle voci "pianista", "solo per pianoforte" e "ballata". Scusate se è poco.
"Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu, sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare. Loro sono 88. Tu sei infinito". (Alessandro Baricco)